CASU CAMBIA SQUADRA

Marcello Casu lascia il team di Corona & Acquas e suonerà al Charlie dei Big Family

di Paccy

 

 

Poche settimane, ancora, per riscoprirlo in una nuova veste. Quello di un dee jay hip hop che ha deciso di dare una svolta alla sua carriera. Marcello Casu (www.marcellocasu.com) non suonerà più nelle serate organizzate da Luca Corona. Un divorzio chiacchierato, che ha sorpreso il popolo della notte cagliaritano.

 

Come mai questa decisione?

«Qualche incomprensione amplificata dalla poca comunicazione. La fine di un ciclo durato otto anni, per i quali ringrazio tutto lo staff di Luca e i gestori dei locali nei quali abbiamo lavorato insieme, come Spazio Newton, Lido e Tsunami».

 

E adesso?

«Continuerò la collaborazione con Davide Siddi e Federico Santus, con cui lavoro in prima serata, estendendola anche in seconda, dove i due pierre organizzano con la Big Family di Francesco Melis, ogni sabato al Charlie».

 

Quando è arrivata questa proposta?

«Ufficialmente solo la settimana scorsa. Si era sempre parlato di fare qualcosa insieme, ma la mia fedeltà al team Corona & Acquas ci ha impedito di realizzare progetti simili».

 

Ora come sarà gestito il tuo spazio hip hop?

«Non so di preciso. Inizierò a lavorare con Jfk, col quale abbiamo fatto alcune feste insieme, e Michele Aste, con cui ho già lavorato a Spazio Newton ed Fbi. Spero di trovare subito un buon equilibrio con loro, nell'interesse di tutti e della serata».

 

Un suggerimento per riuscirci?

«Non ho suggerimenti. Insieme capiremo cosa vuol sentire la gente e magari abitueremo il pubblico a ballare anche ciò che offre il panorama hip hop mondiale, sopratutto statunitense, ma che in radio e tv si spinge poco».

 

Quanto tempo può durare la carriera di un dee jay?

«Non c'è una durata tipo. Quando finisce la passione finisce la carriera».

 

Lo stato di salute della tua passione?

«Sempre ai più alti livelli. Come il morale. Non c'è momento della giornata in cui non abbia l'orecchio teso alla musica che può uscire da un televisore o dalla radio. E quando vado fuori Cagliari non perdo occasione per visitare discoteche, locali e negozi di dischi».

 

...E quello dell'hip hop in discoteca?

«Dipende da noi dee jay. Anche quando l'hip hop non era moda aveva sempre spazio nelle mie serate. Ora che è una tendenza di massa, siamo noi che dobbiamo fare in modo che non diventi un fuoco di paglia. Dobbiamo avere un occhio per la pista e uno per la valigetta dei dischi, magari anche per quelli meno orecchiabili, ma che siano di qualità, senza mai eccedere né nella prima direzione né nell'altra».

 

La tua idea del fenomeno reggaeton?

«È l'incontro tra la cultura musicale afro-americana e quella ispanica. Finché a prevalere sarà la metà hip hop è giusto che trovi spazio nelle serate rap. Ma molte canzoni somigliano più alla Macarena o ai balli di gruppo che a un brano black. Purtroppo, presi dal fenomeno e dalla moda, si rischia di insistere troppo su questo genere. Comunque l'ultima parola spetta sempre alla gente che balla».

 

Che hip hop suonerai quest'inverno?

«Ho contatti con negozi di Manhattan e Brooklyn, che mi mandano regolarmente i pezzi che vanno di più negli Stati Uniti. Se la pista me lo permetterà insisterò sopratutto su quelli. Il sabato al Charlie avremo una sala completamente dedicata alla musica black. Toglierò la polvere o il cellophane da molti dischi di qualità, comprati negli anni e da poco in America, che non ho potuto inserire nelle sale dove ho recentemente lavorato. Da buon professionista dovevo passare la musica che si adattava meglio alla situazione dove suonavo. Qualcuno mi diceva: perchè non metti i brani che compri a New York? Ora quel pubblico verrà accontentato».

  

 foto: Nicola Belillo

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